Attualità eroica del Tantrismo

(articolo pubblicato anche sul portale del Centro Studi La Runa)

Scopo del presente articolo sarà quello di tratteggiare il Tantrismo nelle sue linee generali che riguardano gli orientamenti principiali che ne sono il fondamento affinché si possa identificare tale dottrina come valida per i tempi correnti mediante, tuttavia, il solo approccio “eroico” tipico di una predisposizione innata ed iniziatica. Faremo riferimento specialmente ai due saggi tradizionali sui Tantra scritti da Julius Evola e da Pio Filippani Ronconi, ovvero, rispettivamente “Lo Yoga della Potenza” e “Vāk – La parola primordiale”.

Secondo la dottrina delle Quattro Età, ampiamente divulgata dai Tradizionalisti, l’insegnamento adeguato alla prima età del satyâ-yuga era quello della Śruti ed in particolare dei Veda, alla seconda età (tretâ-yuga) si associava la Smṛti, alla terza età (dvâpara-yuga) i Purāṇa ed infine per l’età ultima del kali-yuga varrebbe l’insegnamento dei Tantra e degli Āgama. Tali associazioni sono quelle indicate dal “Tantra della Grande Liberazione” (Mahânirvâna-tantra) che illustra tecniche meditative idonee a superare tanto le influenze della natura quanto le degenerazioni tipiche del kali-yuga e potersi così elevare ad una consapevolezza di sé più ampia quale condizione base per poter vincere il ciclo di nascita, dolore, morte e rinascita di cui è tessuto il destino umano (saṃsāra) e giungere alla “Liberazione” ricercata come fine ultimo da tutta la spiritualità indù.

Come si sa, noi si vive nell’età ultima, quella “oscura”, e l’approccio adeguato dovrebbe essere quello di reagire ad un ritualismo stereotipato e vuoto, alla pura speculazione o contemplazione, mediante l’attivazione delle azioni, della realizzazione pratica e dell’esperienza diretta. Ecco perché l’insegnamento dei Tantra costituisce il riferimento ideale per la nostra era: nella pratica del sâdhana si compiono infatti opere di conquista del mondo con la propria potenza, si mettono in moto forze che generano un risveglio del corpo, che adoperano le parole di potenza (mantra) per le evocazioni e che, infine, consentono l’ottenimento delle siddhi, quei poteri “magici” associati all’uomo che ha superato la condizione umana e che sta “al di là di ogni legge”. In accordo alle vie Iniziatiche, anche nel Tantrismo infatti la condizione umana non è ammessa come destino, non si accetta di essere “soltanto uomini”: è perciò che l’acquisizione delle siddhi non costituisce lo scopo ma una conseguenza naturale al superamento dello status esistenziale ed ontologico raggiunto. Le siddhi contrassegnano in definitiva un grado di superiorità spirituale proprio dell’adepto, sono le “perfezioni” e non sono trasferibili ma intrinseche. Occorre quindi fin dalla partenza, una differenziazione reale degli esseri come condizione eletta per una conoscenza e per un potere inalienabili, esclusivi, esoterici e coerenti alla naturale predisposizione del singolo: un senso innato per l’Opera da compiere.

L’uomo del kali-yuga è strettamente connesso con il corpo e non può prescindere da esso, si addice pertanto la via della conoscenza, del risveglio e del dominio delle energie segrete dimoranti nella corporeità occulta che si attivano “cavalcando la tigre” di tutte quelle forze elementari presenti in questa era, forze infere abissali allo stato libero che saranno assunte trasformandole da veleno in farmaco. La “dea nera” Kālī ha infatti carattere oscuro e terrifico e rappresenta l’aspetto trascendente e distruttivo di Shiva. Si potrebbe parlare a proposito delle pratiche attive del Tantrismo, del passaggio dall’ideale della “liberazione” a quello della “libertà” che deve essere collegato al superamento dell’antitesi tra godimento del mondo e disciplina ascetica (o yogica): nei Tantra le due cose sono unite al punto da giungere ad un essere libero ed invulnerabile anche nel godimento del mondo e di ciò che esso offre perché da esso, dal mondo appunto, vengono rimosse l’illusione (mâyâ) sostituendola con la potenza (mâyâ-shakti).

Il fondamento tantrico è posto nell’unione nel proprio essere e su tutti i piani della realtà, dell’impassibile Shiva con l’ardente Shakti. Tale coppia divina ha tutti gli attributi metafisicamente coerenti ai principii cosmici: il dio maschio nei suoi aspetti immutabili dell’essere, la divinità femminile nei suoi aspetti energetici di potenza agente vitale. Oltre il riconoscimento metafisico vi è la pratica realizzatrice del sâdhana che opera per il risveglio della Shakti primigenia latente nell’organismo umano.

Possiamo riportare un passo del testo “Vāk – La parola primordiale” di Pio Filippani Ronconi che delinea alcuni caratteri dei Tantra: “I caratteri che essenzialmente contrassegnano la letteratura e la pratica dei Tantra sono quattro: 1) l’aspetto Shakti (suaccennato), per cui la creazione, mantenimento e dissoluzione dei mondi, nonché i poteri di grazia e di occultamento del principio divino, e così pure il vario rapporto che la coscienza umana ha con l’universo delle forze divine, sono espressione di una energia universale, energia dinamica femminile attraverso la quale opera l’immobile principio divino; 2) il rapporto micro-macrocosmico fra uomo e mondo divino, attraverso un mesocosmo simbolico di “parole di potenza”, i mantra, per cui tutto il cosmo si riflette nella costituzione fisica, sottile e animica dell’uomo; 3) l’aspetto fonematico della Divinità, per cui il Pléroma divino, i diversi gradi della creazione e, di converso, della conoscenza, sono concepiti come manifestazioni immediate del Verbo (Vāk), la cui dimensione-luce intellegibile è data dall’infinità delle forme dal mondo del brahman al limite fisico della sostanza percepibile; 4) le pratiche yoga, sia quelle puramente meditative, che quelle immediatamente realizzatrici dello Hatha-yoga, attraverso le quali si presume di ottenere il trascendimento della comune personalità umana, quella del paçu, in quella dell’eroe, vīra, o del dio, divya”.

Nei Tantra vi è un “rovesciamento” dell’elemento “repressivo” proprio a tutte le ascesi per cui occorre una preparazione propedeutica lunga anche tutta una vita intera; tale rovesciamento è condotto con qualcuna delle “vie di ritorno” al proprio vero Sé soggiacente ad ogni minimo atto di conoscenza. Vi sono due indirizzi per tali vie, in generale: il primo consiste nell’esaurimento degli psichismi che alimentano la rete del pensiero associativo, logico-discorsivo e dualizzante di soggetto ed oggetto; il secondo consiste nell’educarsi a concentrare istantaneamente l’attenzione sugli intervalli intermedi fra pensiero e pensiero, sugli impercettibili interstizi fra percezione e percezione, così da cogliere quel tessuto atemporale di consapevolezza pura, sostanziato di vibrante energia e “spazio puro” nascente come interiore dimora della luce. Con la scomparsa dell’appoggio del piano mentale a favore di questa consapevolezza pura, si realizza l’identità primordiale tra l’assoluto e la sua potenza di manifestazione a cui seguirà l’assorbimento di tutto il mondo fenomenico entro la ipseità divina così realizzata attraverso la fiamma della conoscenza totale. Verranno percepite nella loro pura essenzialità tutte quelle energie che conducono l’uomo ordinario al peccato o alla perdizione, quali la brama, l’avversione, l’ottusità, la paura, l’invidia, la vanità, la pietà, il disgusto, trascendendo così la comune condizione umana.

A proposito della condizione umana occorre dare la tripartizione delle personalità basata sulla teoria dei tre guṇa, cosa che chiarisce a chi può rivolgersi la via dei Tantra ed a chi invece no, in pieno allineamento a ciò prima rimarcato circa la differenziazione reale degli esseri come condizione eletta. La coppia Shiva-Shakti del Tantrismo discende dalla filosofia indù del Sāṃkhya e supera in realtà il dualismo insito in essa in cui la coppia divina è Purusha-Prakṛti. Nel Sāṃkhya, il Purusha, principio spirituale maschile conscio, ha le qualità di un essere puro, impassibile, non trasportato dall’azione e la cui influenza è “catalitica”, cioè determinata dalla semplice presenza come il “motore immobile” aristotelico. Prakṛti invece è il principio naturale femminile inconscio, origine di ogni movimento o divenire. Il riflesso di Purusha su Prakṛti genera il moto e lo sviluppo del mondo di forme e di fenomeni. Ebbene, i tre guṇa sono le tre potenze costituenti Prakṛti e le forze in atto in tutto ciò che da essa viene prodotto; i guṇa sono: sattva, rajas e tamas. Sattva esprime la natura luminosa e stabile dell’essere, tamas è il suo opposto cioè riguarda ciò che è disanimato rispetto a sé stesso, offuscato, limitato, relativo alla massa, alla caduta, al peso, all’inerte potenzialità. Infine c’è rajas che esprime il dinamismo ed il divenire, la mutazione, l’espansione, la vita e l’attività. Rajas se influenzato da sattva genera ascesa ed espansività, se influenzato da tamas genera discesa e dissoluzione. Dal gioco dei tre guṇa deriva la varietà degli esseri umani e gli aspetti del mondo.

Quando nel Tantrismo il processo prima accennato di esaurimento degli psichismi e di avanzamento oltre il punto metafisico della trascendenza, diviene realizzato, si attivano i tre guṇa quali potenze qualificanti nella sfera del mentale, nel mondo della natura e della materia.

Vi sono uomini tamasici, uomini rajasici e uomini sattvici a seconda del predominio dei tre guṇa: i primi sono i paçu, i secondi i vīra, i terzi i divya. Nel paçu, l’uomo istintivo e materiale che soggiace a vincoli naturalistici e subisce i vincoli sociali e morali, vi è possibilità di evoluzione tantrica limitata perché la passività ed il conformismo precludono la conoscenza, pertanto ad esso sono associate pratiche devozionali e religiose come i vedâcara ma non i “rituali segreti”. Il gruppo dei vīra (che comprende vīra propriamente detti, siddha e kaula) invece è quello degli eroi tantrici con qualifiche virili di coraggio, audacia, forza e caratteri “dionisiaci” per i quali la natura rajasica schiude le Vie di realizzazione di Mano Destra (dakshinâcara) o di Mano Sinistra (vamâcara) e per i quali è riservato il rituale segreto del Pancatattva. Infine gli uomini sattvici, i divya, nei quali la qualità luminosa si purifica ed ascende e per i quali è possibile la liberazione per via tantrica interiore, senza rituali di trascendimento violento né magico, staccandosi dal dominio dell’azione ed unendosi nel suo stesso corpo, quale principio shivaico, con la ridestata forza interna della shakti.

Nei Tantra viene detto: “O Devī, la liberazione senza la conoscenza della Shakti è una semplice burla!”; pertanto, è per questa precisa accezione che sono prescritte tecniche legate al respiro, alla fonematica, alla diligenza e rarefazione dei caratteri mentali della Manas ed all’uso del sesso e delle bevande inebrianti. Tutto verte, lo ripetiamo, verso la attivazione nell’organismo umano della energia primigenia latente della Shakti e lo stesso yoga associato al Tantrismo (diverso dallo yoga classico di Patañjali) è il kundalini-yoga che si basa sul risveglio del “potere serpentino” assopito nella corporeità occulta.

Come si nota, in un esame più esteso del corpus dei Tantra si può notare di quali errori e “peccati di disinformazione” si siano macchiate tutte quelle pubblicazioni americane che, fin dagli anni sessanta, hanno promulgato la via Tantrica come via prettamente sessuale, travisando il carattere ausiliario e ritualistico che invece il sesso ricopre per una attivazione interna della Shakti nell’adepto. L’iconografia tantrica induista, infatti, evidenzia le caratteristiche antitetiche dei due principii Shiva e Shakti al punto che la danza della Shakti fiammeggiante sul corpo immobile e disteso di Shiva, denota l’immutabilità e la fissità del principio maschile, cosa che è confermata dall’immagine del viparita maithuna, ossia di una unione sessuale caratterizzata dal fatto che il maschio shivaico sta seduto immobile, ed è la donna che, avvinghiata e shaktizzata, compie i movimenti dell’atto dell’amore. Una iconografia che è in deciso contrasto con tutti quei “manuali tantrici” che nel nostro mondo occidentale trasformano i Tantra in una sorta di nuovo Kāma Sūtra depistando i lettori dal fine ultimo delle pratiche del sâdhana.

Non ci occuperemo della pratica del rituale segreto del Pancatattva, cui si rende disponibile una ampia serie di documentazioni, ma cercheremo di mostrare come proprio il vīra, cui quel rituale è riservato, costituisca nella sua essenza eroica, il tipo umano che può attualizzare il Tantrismo anche nei tempi moderni. È necessario però che vi sia una concezione del tempo molto prossima o meglio ancora se precisamente aderente alla visione Tradizionale e tale visione è quella tipica delle strutture autenticamente Iniziatiche, cioè ricollegate proprio alla Tradizione. Il tempo profano ed il tempo iniziatico sono realtà distinte e scandite da approcci differenti: dei due il solo tempo iniziatico è quello che può definirsi “out-of-time”, un tempo in-finito, capace di unirsi alchemicamente alla essenza eterna dell’Essere; invece al tempo profano sono collegati i ritmi del mondo storicizzato nella sua evoluzione progressiva terrena e necessitante. Sono precisamente iniziatiche tutte quelle forme di dispiegamento di ritmi individuali, di ritualità dal tempo “sospeso” e meta-temporale, capace di sottrarsi ad ogni forma di classificazione: il tempo viene cioè trasceso e superato, immobilizzato nella stabilità dell’Essenza.

Operare iniziaticamente nelle attività meditative, nelle operazioni volte alla citata disamina della rete del pensiero associativo, della consapevolezza pura tra percezione e percezione, nella rarefazione della Manas, nell’esecuzione di parole di potenza e rituali di vario tipo, è un orientamento precisamente Tradizionale, ereditato fin dal tempo della Śruti, dei rishi e dei Veda, e volto alla sacralizzazione del vivente che si manifesta in un tempo aderente all’Essenza, a quella essenza cui l’adepto ha il dovere di tornarvi per esempio, parlando del Tantrismo, con le nominate “vie di ritorno” al proprio vero Sé.

Tale precisazione sul tempo Iniziatico è doverosa perché in primo luogo il Tantrismo abbiamo detto essere indicato come l’insegnamento tradizionale per il kali-yuga e proprio perché Tradizionale, necessita di quella concezione del tempo propria alla Tradizione. In secondo luogo, poiché occorrendo quel “senso innato” per l’Opera da compiere, presente fin dalla partenza quale base di differenziazione reale degli esseri e condizione di favorevole predisposizione del singolo, questo rende necessariamente l’operatore un Iniziato che è quindi immerso nel suo tempo “in-finito” e meta-storico.

Il Tantrismo è da assumersi allora oggi come una Via operativa e tecnica di tipo Iniziatico supportata da un corpus metafisico e principiale affine alla spiritualità Indù; è possibile fare il parallelo con ciò che è la Via Alchemica, altrettanto da intendersi come tecnica alla più vasta Scienza dell’Ermetismo. In possesso della “dignità iniziatica” e posti nel dominio del tempo sacralizzato dell’Essere, ci si può oggi avvicinare con una più diretta comprensione al sâdhana essendo altresì coerente, per fare un altro parallelo, il Lavoro di fabbricazione dell’Oro alchemico nell’athanor, con l’ascesa e purificazione delle qualità luminose attraverso i tre guṇa. In questa comprensione ed inquadramento iniziatico del Tantrismo è proprio il vīra, dotato di attributi rajasici, delle qualifiche virili di coraggio, audacia e forza e quindi essenzialmente “Eroe”, colui che garantisce quell’attualità auspicata dell’insegnamento per i nostri giorni, sapendo egli agire con “atti di potenza” alle manifestazioni delle forze oscure e corrosive da cui è investito “ponendosi” iniziaticamente nel kali-yuga.

Ascendendo lungo i tre guṇa e soffermandoci alle proprietà più alte e sattviche, il divya rispetto al vīra, è, secondo il nostro punto di vista, ascrivibile alla condizione di perfezione incondizionata e realizzata sui piani trascendenti e, come tale, non risolve “fuori di sé”, l’azione liberatoria e rituale. Sono infatti divya, uomini “divini”, solo coloro che hanno un cuore puro e non sono toccati dal mondo esterno: costoro hanno in sé il principio purushico ed incarnano attivamente quello shivaico in quelle operazioni autonome e liberatorie di evocazione della Shakti. Per i divya, per intenderci, è valido il detto: “Che bisogno ho di una donna esterna? Ho una donna dentro di me”.

Nei tempi attuali, “noi”, seppur collocati iniziaticamente ed immersi nel nostro tempo sacralizzato, siamo in qualche modo ed occasionalmente “toccati dal mondo esterno” (professioni, società, leggi, strutture economiche, …), così in tali frangenti l’approccio tantrico iniziatico deve essere quello del vīra e non del divya.

Il vīra è l’eroe capace di liberazione dal mondo mediante il mondo.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...